Il Trattato di Lisbona compie un anno: ha reso vincolante il dialogo dell’UE con le Chiese e le religioni d’Europa

Il 1° dicembre 2009 è entrato in vigore il Trattato di Lisbona, risultato di un difficile processo di revisione istituzionale dell’Unione Europea che ha portato via troppo tempo ed energie alle urgenze che l’Europa era ed è chiamata nel frattempo ad affrontare. Per farlo, occorre che l’architettura istituzionale sia chiara e consolidata e che si possa spostare il focus dal versante interno (oserei dire “esistenziale”) all’azione politica attiva.

Il nuovo Trattato compie oggi un anno, e già si parla di mettere mano di nuovo ad alcuni contenuti, per far fronte alla crisi del sistema monetario europeo.

L’Unione Europea, come ogni costruzione umana, è un processo in costante evoluzione, perciò a questo seguiranno tanti altri trattati. È quasi riduttivo definire importante la necessità che questo processo sia governato da politici non solo competenti e onesti, ma anche lungimiranti. La nave dell’Europa è complessa, l’oceano del mondo in costante tumulto: se i timonieri e i comandanti – e il popolo che trasportano – non hanno un chiaro progetto nella mente e nel cuore, qualsiasi vicenda storica potrà rappresentare solo un’incombente minaccia e non anche un’opportunità. Mente e cuore, dunque.

Un anno fa, il nuovo trattato ha attuato una svolta nei rapporti fra le Chiese e le comunità religiose d’Europa e le istituzioni comunitarie: l’art. 17 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, uno dei due testi legislativi noti come Trattato di Lisbona) riconosce «l’identità e il contributo specifico» delle Chiese e organizzazioni religiose, filosofiche e non confessionali, mantenendo con esse «un dialogo aperto, trasparente e regolare».

Grazie a questo articolo, le chiese e le comunità religiose potranno rafforzare il proprio dialogo con la Commissione Europea, il Consiglio e il Parlamento contribuendo più efficacemente alla riflessione sulla politica europea. E magari a far sì che il timone sia più saldo e la tempesta più domabile. Se infatti l’esperienza e la ricchezza dell’esperienza religiosa esula dagli aspetti più tecnici e non ha competenze specifiche nelle sfere di azione dell’UE, tuttavia in forza della dottrina sociale cattolica le chiese possono intessere un dialogo critico e costruttivo con i responsabili politici europei. Le Chiese hanno molto da dire, e non ascoltarle è un danno per tutti.

Oggi, all’inizio di un nuovo decennio, a preoccupare l’UE e le Chiese sono le medesime sfide: la promozione della dignità di ogni essere umano, la solidarietà con i più deboli della società, un’economia che ponga al centro l’essere umano, la solidarietà fra le generazioni e nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, i cambiamenti climatici e la salvaguardia del creato, l’accoglienza dei migranti e il dialogo interculturale.

Al di là dell’applicazione concreta dell’articolo in questione e del dialogo aperto, trasparente, regolare, ci preme sottolineare l’importanza del principio che lo anima: alle comunità religiose presenti nella società europea è riconosciuta la dignità di ascolto nel processo legislativo dell’Unione Europea.

Più volte l’Europa è uscita dai momenti più difficili con uno slancio decisivo, braccata dall’emergenza. Non è sostenibile che siano le diverse crisi – politiche, economiche, finanziare, sociali, culturali – a far procedere l’integrazione europea a colpi improvvisi di acceleratore quando il motore si sta per spegnere: al contrario, vogliamo un Europa guidata da un ideale e una visione chiari, che le consentano di muovere i passi che non possono più attendere. Ecco perché l’art. 17 del TFUE è così importante: siamo convinti che la ricchezza del Cristianesimo, incarnato nella vita dei singoli credenti, abbia tutto il potenziale necessario per donare un’anima a quest’Europa che risulta sempre più smarrita e miope. Ma quanto mai indispensabile.

 

Francesco Masina

Presidente Cooperazione Cristiana Per l’Europa